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Fascismo nell'Agro

Giuseppe Colasanto ( giuseppecolasanto@virgilio.it )

L' osservatore dell'Agro, Aprile 2005

 

Quando il fascismo dilagò nell'Agro.

 

Agli inizi del 1921 laddove incontrano un minimo di organizzazione rossa i fascisti arrivano e

devastano tutto.

In pochi mesi in Italia vengono distrutte durante azioni squadristiche 17 giornali o tipografie, 59

case del popolo, 150 sezioni socialiste, 119 Camere del Lavoro, 107 cooperative, 83 leghe

contadine e un paio di centinaia tra circoli e associazioni culturali.

Fra gennaio e marzo si registrano 200 morti, di cui 70 socialisti, 40 fascisti, gli altri appartenenti a

gente comune o forze dell'ordine.

Le squadracce dedite alle azioni punitive contro gli avversari politici del fascismo sono in larga

parte costituite da malviventi.

Nel 1021 alcuni fasci di combattimento con relative squadre d'azione entrano in azione anche nel

Salernitano.

E di quella di violenza a farne le spese – oltre ai gruppi di ispirazione socialista – saranno

maggiormente i gruppi amendoliani, che a Salerno e provincia hanno trovato largo seguito.

Lo stesso Amendola sarà vittima di quella violenza, che nell'Agro nocerino srnese però all'inizio fa

sporadica.

Nel salernitano infatti il fascismo entrò tardi. La causa? Pare sia da ricercare nella forte

disgregazione del tessuto sociale che, refrattario per ovvie ragioni di conservazione delle clientele,

risulta inizialmente ostico pure al fascismo.

Dopo la marcia su Roma però il fascismo diventa un fiume in piena, soprattutto grazie alla

complicità degli organi di Stato, polizia, prefettura e magistratura.

La prima amministrazione comunale a cadere nelle mani dei fascisti è quella di Nocera Inferiore,

via via tutte le altre.

Numerosi saranno i casi di violenza e soprusi fascisti perpetrati i danni di avversari politi e semplici

cittadini.

Il metodo è quasi sempre lo stesso: arrivano sui camion, in bande.

I mezzi di persuasione? Fucili, olio di ricino e manganello. 1L 15 dicembre 1923 i fascisti

impediscono ad Amendola di incontrare il re in visita a Salerno . Quindici giorni dopo, davanti alla

sua casa a Roma, i fascisti lo bastoneranno a sangue.

Fra gennaio e febbraio del 1924 vengono costrette alle dimissioni le amministrazioni comunali di

quasi tutta la provincia.

Le elezioni del 6 aprile 1924 a Sarno saranno una truffa criminosa. Bande armate terrorizzeranno la

popolazione, lo stesso accade il 15 febbraio 1925. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio di quell'anno,

sulla strada fra Montecatini e Pistoia, Amendola ancora verrà picchiato a sangue, stavolta le ferite

riportato gli saranno fatali.

Morirà in Francia. Quanto all'altra opposizione, sembra non risultare tanto esatta l'affermazione

della sua minora o scarsa incisività rispetto a quanto realizzato in altre parti dell'Italia.

La sua efficacia qui dipese soprattutto da fattori complessivi, che certo superavano la capacità di

resistenza dei singoli individui. Si pensi ad esempio alle difficoltà a livello di centro dei partiti di

creare o mantenere rapporti, durante la soppressione di tutte le libertà, con le periferie.

Agì in tali condizione nell'Afro una componente di derivazioni cattolico-popolare riferibile , tra gli

altri, a Carlo Petrone. Un'altra componente socialista guidata da Luigi e Cecchino Cacciatore,

Raffaele Petti. Non mancarono gli anarchici.

E naturalmente i comunisti, che nel nostro territorio, come nel Salernitano , furono quelli che

pagarono a caro prezzo il costo della loro scelta antifascista, mantenuta ferma anche dopo lo

scioglimento dei partiti.

Oltre Nicola Fiore, Massimo esponente del movimento operaio salernitano e perseguitato politico

fino all'inverosimile, e ad altre personalità come quelle di Bernardino Fienga e Ludovico Sicignano

di Scafati, vi furono straordinarie figure di antifascisti che pure andrebbero ricordate.

Due nomi : i comunisti Antonio Ferrara di Scafati e Giuseppe Colasanto di Angri. Nell'agro

nocerino sarnese essi costituirono e rappresentarono l'ala del movimento antifascista più avanzata.

Per la loro intransigenza morale nella lotta politica e la loro capacità di resistere ad ogni tentazione

di compromesso - quasi di norma (disperatamente e comprensibilmente) cercato quando la

situazione diventava estrema per sé e per i propri familiari - furono innumerevoli fermati, arrestati

e bastonati. Infine condannati alla pena del confino. La loro scomparsa dalla scena politica coincise

con la soppressione di ogni residuo di opposizione al Regime nei rispettivi territori d'azione.

 

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